ADAMO, Oratorio di Baldassarre Galuppi (Revisione: Franco Piva)

La produzione del Buranello nella musica sacra è certamente la meno studiata; io stesso, dovendo a suo tempo operare per forza di cose delle scelte di fronte all’enorme quantità di opere da rivisitare, ho deliberatamente lasciato da parte questo settore, pur così ricco e importante, con le sole eccezioni dell’Oratorio ‘Adamo’ e del “Dialogus sacer” ‘Jephte et Helcana’. Questo non significa, comunque, che non mi sia preoccupato di dare uno sguardo, almeno essenziale, ad alcune composizioni sacre e liturgiche (mi riferisco soprattutto al ricco fondo custodito presso la Biblioteca del Conservatorio “Paganini” di Genova), se non altro per rendermi conto, sempre in modo relativo sia per l’impossibilità materiale di prendere in esame tutto il materiale  sia per il mio preminente interesse orientato verso altri settori, del modus operandi di Galuppi in questo particolare genere, anche in relazione ai comportamenti stilistici nella sua produzione profana.

A seguito di questo rapido excursus, ritengo di poter esporre le seguenti considerazioni, tutte in ogni caso da confermare con analisi più puntuali e approfondite.

1)     E’ generalmente riscontrabile una certa discontinuità qualitativa: in numerosi brani risulta evidente la fretta (un fatto spiegabilissimo, data l’incredibile quantità di impegni a cui Galuppi, specialmente in alcuni periodi, doveva far fronte); in altri, al contrario, si manifesta una articolazione complessa, risultato di una approfondita ricerca tecnica e strutturale.

2)     E’ sempre presente, in ogni caso, un grande mestiere e la felice naturalezza dello spirito galuppiano: sono così costantemente presenti la solidità della struttura, la “buona condotta” delle parti, l’efficacia funzionale, la scorrevolezza dell’invenzione, la disinvoltura e la chiarezza dei movimenti contrappuntistici e armonici.

3)     Si può parlare complessivamente della configurazione di un vero e proprio stile liturgico caratterizzato dalla semplificazione della scrittura e dei rapporti dinamici (comunque sempre direttamente connessi con i suggerimenti ‘espressivi’ del testo), dall’uso relativamente frequente e intenso di procedimenti contrappuntistici (sempre senza esibizioni intellettualistiche e  sempre come mezzo di aricchimento ‘espressivo’ e funzionale), dalla presenza di una declamazione prevalentemente sillabica e dalla tendenza a rendere impersonale e asettica l’articolazione melodica, con la prospettiva di ottenere un risultato ‘ambientale’ sostanzialmente diverso da quello dei lavori teatrali e, in parte, degli Oratori (anche in questo caso, comunque, è presente la ricerca di una precisa caratterizzazione degli interventi in relazione al carattere del testo e alla destinazione delle composizioni).

Se si tiene presente che alla ‘riforma’ dei contenuti stilistici Galuppi volle accompagnare quella degli aspetti esecutivi (sotto la sua direzione il coro ha un organico stabile di 24 elementi e l’orchestra è composta da 2 flauti, 2 oboi, 2 corni, 2 trombe, 6 violini primi, 6 violini secondi, 6 viole, 4 violoncelli e 5 contrabbassi, con la possibilità di aggiungere clarinetti, fagotti e timpani e con la cura costante di inserire sia nel coro che nell’orchestra i migliori esecutori allora disponibili), gli si può senza incertezza alcuna attribuire un ulteriore importante merito, fino ad ora non sufficientemente sottolineato: quello di aver riportato la composizione e l’esecuzione di musiche liturgiche e religiose a una nuova dignità stilistica e professionale, riconquistando l’eloquente semplicità e la luminosa severità delle origini, a conclusione di un lungo e complesso ciclo durato più di due secoli.

La composizione dei 27 Oratori abbraccia un periodo che va dal 1737 (‘S. Maurizio e compagni martiri’) al 1776 (‘Moyses de Sinai revertens’): comprende, quindi, tutto il periodo centrale dell’attività produttiva del Buranello e sarebbe importante e significativo poter verificare l’evoluzione degli esiti stilistici all’interno di questo particolare settore, anche in rapporto alle parallele produzioni teatrali.

L’Adamo, su testo del P. Giovanni Granelli, è il sesto dei suoi Oratori. La prima esecuzione ebbe luogo a Roma, presso i RR.PP. della Congregazione della Chiesa Nuova, la domenica 19 febbraio 1747. Un anonimo cronista della Congregazione scriveva in quell’occasione (”Diario ordinario Num 4617. In data delli 25 Febraro 1747): “Dai PP. Della Congregazione dell’Oratorio di S. Filippo Neri in Chiesa-nuova si tenne la sera (di domenica, prima di quaresima) in quell’Oratorio il divoto trattenimento di una nuova Composizione intitolata L’Adamo, posta in musica dal Sig. Baldassarre Galuppi, detto Buranello, cantata da quattro scelte voci, accompagnate da ottimi stromenti…il tutto con grande applauso della nobilissima udienza…; ed il concorso delle altre civili persone fu sì numeroso, che non essendo il luogo bastante più della terza parte di esse non potè avervi l’ingresso”.

Di questo Oratorio ho consultato due copie manoscritte esistenti presso la Biblioteca Marciana e quella, su cui ho basato la revisione, presso la Nazionale di Torino. Nelle due copie di Venezia quattro Arie (‘Sente quell’alma oppressa’, ‘Quell’affanno e quel dolore’, ‘No che vano e ingiusto affetto’, ‘Toglierò le sponde al mare’) hanno, rispetto alla copia di Torino, musiche diverse; il Duetto ha anche il testo diverso (‘E’ giusto Dio quel Padre’) e due Arie sono in altre tonalità (‘Amare lacrime’ è in Do Minore, ‘Con la mano onnipossente’ è in Re Maggiore); in una delle due copie veneziane manca la Sinfonia, mentre nell’altra il primo Recitativo è preceduto da una Sinfonia in tre Movimenti.

 I personaggi dell’Oratorio sono quattro: Adamo (tenore), Eva (soprano), Angelo di Giustizia (soprano), Angelo di Misericordia (soprano). Introdotto da una breve   “Sinfonia” in un solo Movimento, si articola in dodici Arie (tutte con il Da capo), tre per ciascuno dei solisti, due Duetti Eva-Adamo, un Duetto degli Angeli e un Quartetto finale: complessivamente sedici brani, oltre l’Ouverture, distribuiti con molta simmetria nelle due Parti e sempre preceduti da Recitativi secchi (l’unico breve Recitativo Obbligato è quello che precede l’Aria di Eva ‘Se al ciel miro’, nella seconda Parte).

Tutti i brani sono molto caratterizzati dal punto di vista del tipo di vocalità, della presenza strumentale, dell’articolazione ritmica, della individualizzazione tematica. Di conseguenza tutti gli interventi sono molto differenziati e, nell’insieme, costituiscono un organismo assai articolato e vario: la sostanziale tendenza del Buranello in questo lavoro è stata quella di definire e di esaltare musicalmente personalità e sentimenti, fissandone le caratteristiche dinamiche essenziali con forte incisività e con una intensa pregnanza drammatica.

Mi sembra di poter riferire all’Adamo quello che il Burney scrive a proposito di Salmi latini ascoltati a Venezia: “di dieci o dodici motivi non ve n’era uno solo che sembrasse insignificante. Ve n’erano parecchi ammirevoli…e tutto era pieno di passaggi nuovi, di fine gusto, di bella armonia e di sentimento. Gli accompagnamenti, sopra tutto, sono sempre ingegnosi e quantunque pieni, son sempre disinvolti e privi di quella specie di confusione che sperde e copre la voce…”

A parte qualche inevitabile reminiscenza soprattutto haendeliana, le idee di questo Oratorio sono in gran parte proiettate in avanti, talvolta con risultati clamorosamente anticipatori: non va dimenticato che all’epoca della sua composizione Cimarosa e Mozart non erano ancora nati, Paisiello aveva sette anni e Haydn soltanto quindici. “Molti passi di Galuppi”, scrive il Burney, “vennero certamente resi comuni….ma allora eran nuovi”.
Franco Piva

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B. GALUPPI, JEPHTE ET HELCANA Dialogus sacer (Revisione: Franco Piva)

Baldassarre GALUPPI, JEPHTE ET HELCANA Dialogus sacer (Revisione: Franco Piva)

Il manoscritto autografo del ‘Dialogus sacer’, di 94 pagine, proviene dalla Biblioteca Nazionale di Parigi (Ms. 1887 – R. 52.023); è generalmente abbastanza chiaro, nonostante la grafia tremolante e incerta e le numerose cancellature.

Nella revisione ho scrupolosamente rispettato tutte le indicazioni dell’autore; ho necessariamente apportato le seguenti modifiche e integrazioni: a) sono state definite tutte le legature e le indicazioni dinamiche; b) sono stati interpretati i passaggi cancellati o macchiati; c) sono stati tradotti i segni grafici; d) sono stati ridistribuiti gli organici secondo la prassi moderna; e) sono stati corretti alcuni errori e sono state apportate quelle integrazioni risultate necessarie in relazione a corrispondenti omissioni; f) le parti di Helcana e di Jephte, originariamente in chiave di Soprano, sono state trascritte in chiave di Sol; g) è stato realizzato il Basso continuo; h) sono state composte le Cadenze per l’Aria di Helcana e per l’Aria di Jephte.

 La prima esecuzione del ‘Dialogus sacer’, composto su libretto di Pietro Chiari, ha avuto luogo a Venezia, agli Incurabili, nel 1771, ricorrendo la festività della Trasfigurazione di Cristo (8 agosto).

 L’Ouverture, in un solo Movimento e in due parti perfettamente simmetriche, è costruita su tre elementi: l’arpeggio discendente di semiminime, al quale risponde un arpeggio ascendente spezzato con uno Sforzato sul terzo tempo della battuta; un breve frammento “galante”, affidato (nella revisione) ai Soli; un Crescendo importante. Sono presenti, quindi, oltre allo spirito maestoso e severo che contraddistingue tutto il lavoro, alcuni aspetti caratterizzanti dei due personaggi: l’arpeggio discendente di semiminime recepisce l’atteggiamento espressivo di Jephte nel Sum quasi leo per valles, articolato proprio sull’arpeggio discendente di semiminime dell’accordo perfetto maggiore, mentre il secondo elemento anticipa nello spirito, preannunciando la contrapposizione, l’impostazione stilistica ed espressiva dell’Aria di Helcana; il Crescendo, poi, riassume il dialettico rapporto fra i due personaggi. E’ opportuno sottolineare il fatto, importante e significativo, che l’Ouverture, non generica, contiene, sia pure soltanto in modo allusivo, elementi presenti e sviluppati poi in tutto il lavoro.

Il primo Recitativo, inizialmente Obbligato e poi secco, è un dialogo fra padre (Jephte) e figlia (Helcana) piuttosto drammatico nel contenuto, ma molto compassato e severo dal punto di vista musicale, come se i sentimenti umani dovessero essere espressi soltanto all’interno di un equilibrio “ambientale” mai disturbato dalle tensioni di origine profana.

L’Aria di Helcana, con il “Da capo”, è musicalmente tutta Galante: all’interno della asetticità di questo stile, Helcana fa una decisa manifestazione di fede, definita prima dall’intervallo ascendente di Ottava con la successiva ricaduta sulla Quinta (‘Tu mia spes / Tu mia salus’) e poi dall’intervallo di terza  (‘Dextra excelsa’).

Al breve Recitativo secco seguente (‘Oh Deus tanto dolori’) segue un interessante e intenso Recitativo Obbligato di Jephte, che precede l’Aria ‘Sum quasi leo per valles’.

E’ questa un’Aria, anch’essa con il “Da capo”, di straordinaria intensità e varietà di situazioni espressive, che nascono dall’alternanza dei due aspetti costitutivi del complesso brano: il primo (‘Sum quasi leo per valles’) è caratterizzato da una forte drammaticità, maestosa e aggressiva, sottolineata dal disegno di biscrome degli archi; il secondo (‘Tu velut agna errando’) presenta, con una discorsività dolce e dolente, una serie di appoggiature cromatiche della voce e dei violini primi, in dialogo, sopra la base sostanzialmente immobile degli altri archi. In corrispondenza delle due contrapposte situazioni Galuppi non indica alcun cambiamento di Tempo: a me è sembrato necessario e inevitabile far coincidere con la seconda  un Tempo più lento del precedente (potremmo dire che si tratta di due diverse significazioni del termine ‘Allegro’ segnato dal Buranello all’inizio dell’Aria). I vocalizzi del Soprano possono appartenere alternativamente all’una o all’altra delle due situazioni. Il passaggio dalla prima alla seconda è netto, quasi sempre comunque dopo una breve corona; in un caso è efficacemente sottolineato da una inattesa transizione al Minore. Di particolare intensità è la seconda parte dell’Aria, caratterizzata soprattutto dalla lunga sequenza di ‘Sforzati’, esplicitamente indicati tutte le volte nel manoscritto, sulla nota di volta superiore: la tensione si scioglie poi nel bellissimo ‘Crescendo’ che chiude questa seconda parte.

Le Arie di Helcana e di Jephte sono, quindi, molto diverse per stile e per ambiti espressivi e questa forte diversità è l’estrinsecazione, anzi la “rappresentazione”, del carattere e dei sentimenti dei due personaggi ed evidenzia due mondi espressivi contrapposti, che si confrontano e si fondono nell’ultimo Recitativo Obbligato e nel Duetto finale.

 La struttura complessiva di questo che un po’ impropriamente potremo chiamare Oratorio è molto sapiente: anticipazione della contrapposizione, con una discorsività necessariamente diversa, nell’Ouverture ( i due “Chori” insieme); presentazione separata di ciascuno dei due mondi contrapposti nell’ Aria di Helcana  (“Choro primo”) e in quella di Jephte (“Choro secondo”); accostamento dialettico nel Recitativo Obbligato ‘Pater, ego per valles’ e fusione nel Duetto (i due “Chori” insieme). La struttura narrativa coincide con la struttura “rappresentativa”.

L’uso della tecnica policorale non è suggerita in alcun modo dal libretto: è una scelta stilistica di Galuppi, scelta che risponde alla sua esigenza di attribuire all’insieme una chiara dimensione rappresentativa, attenuata e smorzata all’interno di un ambiente  severo; e la policoralità, in questo caso, è l’unico mezzo “rappresentativo” concesso, trattandosi di un soggetto religioso e di una struttura di tipo oratoriale.

E non è che questa scelta tradisca e deformi lo spirito religioso: la compostezza del particolare “ambiente” attutisce le punte espressive derivanti naturalmente dalla estrinsecazione dei sentimenti; come nei Recitativi Obbligati, dove gli interventi strumentali sono incisivi ma molto controllati e hanno spesso il senso della preghiera e della meditazione, e nel Duetto, dove l’intensa dolcezza diventa astratta e, quindi, umana e religiosa insieme.

 La policoralità può essere considerata come una forma, originariamente religiosa, di “rappresentazione”, perché presuppone una spazialità e un dialogo fra due o più entità collocate in zone diverse dello spazio. Quello che questa policoralità  può “rappresentare” è l’enfasi, la pienezza, la maestosità, il coinvolgimento più largo, una presenza più dilatata e quindi più avvertita. Corrisponde, dunque, alla necessità di esaltare e di coinvolgere; ma senza antagonismi: in piena e lineare complementarietà, con un dialogo sereno, intenso e pacifico. La struttura policorale diventa un mezzo espressivo per “rappresentare” due mondi diversi ma convergenti.

L’idea della policoralità come “contrappunto di situazioni” è del tutto nuova: nel Dialogus è realizzata soltanto sul piano orizzontale, e cioè in successione, e quando i due mondi si sovrappongono diventano complementari. Il titolo stesso è significativo in questo senso: si tratta di un Dialogo, come prevede lo stile policorale, ma di un Dialogo sacro, e cioè inserito in un ambiente di religiosa severità dove i sentimenti sono autorizzati ma non possono rompere con intemperanze l’equilibrio e la compostezza della sacralità.

Ancora una volta è verificabile una felice invenzione di materiali musicali diversi. Galuppi non ha mai copiato testualmente se stesso, ed è questo un fatto piuttosto raro, nonostante la straordinaria vastità e varietà della produzione: ciò significa che ogni volta c’è stata, come in questo caso, una ricerca diversa e un reale e convinto approfondimento di ogni singola situazione, con la conseguente invenzione dei materiali più idonei a “rappresentare” ciascuna specifica situazione. E’ vero: ci sono molte formule comuni a buona parte degli autori del Secolo; ma intanto queste formule in Galuppi sono sempre finalizzate alla valorizzazione di aspetti espressivi differenziati e quindi con funzioni diverse (non sono, cioè, astratte e generiche presenze sonore applicabili indifferentemente anche ad altre situazioni); e poi molte sono o reinventate o del tutto nuove o discorsivamente collegate in modo originale o relativamente originale. Non è, comunque, che la reinvenzione o l’invenzione siano dovute a uno spirito innovatore: sono direttamente legate alla necessità, istintivamente e onestamente sentita, di approfondire, appunto con “onestà”, ogni singolo aspetto e di attribuire a ciascuno, avvertito come effettivamente o almeno parzialmente diverso dagli altri, quei materiali che più coerentemente lo potessero “rappresentare”.

Si tratta di una ricerca svolta in completa autonomia. Non che Galuppi non fosse aggiornato: conosceva tutto quello che un compositore affermato e “onesto” non poteva non conoscere. Ma la sua ricerca è sempre racchiusa entro limiti personalissimi, che delimitano uno spazio tutt’altro che ristretto ma che escludono automaticamente ogni “avventura” non coerente con il suo venezianissimo spirito. E’ arrivato, in ogni caso, abbastanza lontano, seguendo la sua strada; la sua evoluzione stilistica, attraverso quasi tutto il Settecento, porta spesso ad esiti che sono assai vicini a quelli degli autori più noti e più “importanti”.

Il ‘Dialogus sacer’ è stato registrato in prima mondiale nel giugno 2001 nella Villa Pisani di Montebelluna con l’orchestra Filarmonia Veneta ‘G.Francesco Malipiero’ diretta da Franco Piva per la casa discografica ‘Rialto’ di Venezia.

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IL FILOSOFO DI CAMPAGNA di Baldassarre Galuppi (Revisione: Franco Piva)

IL FILOSOFO DI CAMPAGNA di B. Galuppi (revisione: Franco Piva)

‘Il Filosofo di campagna’ è l’Opera giocosa più nota del Galuppi e fino al 1978 (anno della prima moderna de Il mondo alla roversa) era quasi l’unica rappresentata in tempi recenti (con le eccezioni de ‘L’Amante di tutte’ e de ‘La Diavolessa’, riprese rispettivamente dall’Accademia Chigiana e dal Teatro La Fenice). La spiegazione è semplice: da un lato l’incredibile noncuranza dei musicologi e dei musicisti che, a parte due vecchie tesi di laurea (Chiuminatto negli USA e Raabe in Germania) e qualche saggio del Torrefranca e del Piovano, non si sono mai veramente preoccupati di fare almeno qualche organica verifica sulla ricchissima e vastissima produzione teatrale del Buranello, in particolare di quella collegata alla collaborazione con il Goldoni; dall’altro, la prima sorprendente riscoperta fatta è stata, appunto, quella de ‘Il Filosofo di campagna’. Il guaio è che la prima rivisitazione risulta oggi davvero sconcertante: senza entrare in troppi dettagli, basterà dire che i personaggi previsti erano cinque anziché sette (con il conseguente taglio delle Arie e dei Recitativi dei due personaggi tolti), che gli Atti erano due anziché tre, che alcune delle Arie allora eseguite risultano totalmente estranee al libretto goldoniano. Per parecchi anni questa versione pseudogaluppiana e pseudogoldoniana è stata studiata, eseguita, rappresentata, ascoltata e accolta come se fosse autentica: al contrario, rispetto ai più elementari principi filologici e musicologici, non è altro che un falso clamoroso.

Per la ricostruzione della partitura originale, non avendo la possibilità di rintracciare l’autografo, mi sono appoggiato a un manoscritto proveniente dal British Museum di Londra, che risulta totalmente fedele, parola per parola, al libretto goldoniano.

Il manoscritto contiene un gran numero di errori, dovuti a interpretazioni inesatte dell’autografo, all’imperizia e all’impreparazione del copista. Il lavoro più impegnativo della mia revisione, oltre alla correzione degli errori del copista, ha riguardato la definizione delle legature. Si tratta di un problema di importanza fondamentale, perché legature diverse possono cambiare in modo sostanziale il senso espressivo di un frammento e quindi di un intero brano. Una quartina di crome, per esempio (lo stesso discorso può riguardare le semiminime e le semicrome) può avere nessuna legatura o ben sei tipi di legature: a 4, a 3 (1-3 / 2-4), a 2 (1/2 – 2/3 – 3/4); le note non legate, poi, possono essere staccate o separate in vari modi.

In assenza di qualunque indicazione nel manoscritto, i criteri per la definizione delle legature possono essere diversi: il carattere dell’intervento musicale in relazione con il personaggio e la situazione; il rapporto fra il disegno melodico e la parola o le parole corrispondenti; la presenza di un particolare elemento musicale che non può non essere adeguatamente sottolineato; la necessità di evidenziare in modo adeguato un particolare accento agogico della frase.

Ovviamente le indicazioni del revisore sono tutte fra parentesi: nascono comunque da una attenta e approfondita analisi sia del rapporto stabilito nella partitura fra testo e musica sia del significato dell’articolazione degli interventi musicali.
Franco Piva
                                                                                           

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I Frammenti dell’Ernani di Vincenzo Bellini (Revisione: Franco Piva)

 

I Frammenti dell’Ernani di  Vincenzo Bellini (Revisione: Franco Piva)

“L’Hernani mi piace assai, e piace parimenti alla Pasta ed a Romani, ed a quanti l’hanno letto: nei primi di settembre mi metto al lavoro.”

Con queste parole scritte nella lettera del 15 luglio 1830, Bellini informa l’editore Guglielmo Cottrau di avere già scelto il soggetto della nuova opera che dovrà comporre per il Teatro Carcano di Milano.

Nel giugno dello stesso anno, il ventinovenne compositore (dopo essere guarito dalla tremenda “febbre infiamatoria gastrica biliosa”, manifestatasi il 21 del mese precedente) sceglie di passare la convalescenza sul lago di Como nella villa Passalacqua, ospite delle famiglie Cantù e Turina che avevano preso in affitto quella principesca dimora.

Durante quella felice estate, Bellini si sarebbe spesso recato anche a Blevio, dove l’eletta cantatrice Giuditta Pasta, nella sua lussuosa villa ‘La Roda’, radunava la migliore società milanese che ivi villeggiava: un cenacolo esclusivo animato da artisti, musicisti e letterati, tra i quali non poteva mancare il poeta genovese Felice Romani, il maggiore librettista dell’epoca, legato ormai al compositore da un duraturo e proficuo sodalizio che aveva già prodotto ‘Il pirata’ (1827), ‘La straniera’ e ‘Zaira’ (1829), ‘I Capuleti e i Montecchi’ (1830), e che produrrà ancora ‘La sonnambula’ e ‘Norma’ (1831) e ‘Beatrice di Tenda’ (1833).

In questo clima di vacanza, di mondanità, ma anche di stimolante riflessione, Bellini con Romani e la Pasta (che ne doveva essere l’interprete) si dedica in bella intesa al progetto del futuro melodramma.

L’attenzione cade sul dramma in cinque atti ”Hernani ou l’honneur castillan (‘Ernani ovvero l’onore castigliano’), che a Parigi – sin dalla prima turbolenta rappresentazione alla Comédie-Francaise, avvenuta giovedì 25 febbraio 1830 – aveva acceso enormi polemiche, deflagrate con violenza dal momento in cui nei versi alessandrini di Victor Hugo trasparente era l’atto d’accusa del Romanticismo nascente contro l’ancien régime. Una denuncia palese avverso ‘classicisti’ e ‘monarchici’ è invero la vicenda ‘noir’ dell’eroe giovane e maledetto, costretto a lottare contro gli aristocratici ‘viellards’.

Ancora più esplicita è la provocatoria prefazione al testo, vero e proprio manifesto letterario dell’opposizione liberale. Nel sancire anzi un sacrosanto quanto ineludibile nesso tra arte e politica, l’autore afferma senza mezzi termini: “la liberté littéraire est fille de la liberté politique”. Hernani scatena così un vero e proprio putiferio, una tempestosa querelle tra l’opposizione classica e la gioventù romantica degli atelier, laddove le questioni estetiche si fondevano strettissimamente con quelle civili, sociali e politiche.

I disordini di piazza originati dalla pièce sono perciò il diretto e non casuale antecedente di quanto doveva accadere il 27 luglio, quando lungo le vie della capitale francese, per tre giorni e tre notti, si sollevano tumulti popolari che costringono il reazionario Carlo X ad abdicare in favore del moderato Luigi Filippo d’Orléans.

Insieme al furore della ‘Rivoluzione di Luglio’, l’eco della ‘bataille’ di ‘Hernani’ da Parigi dilaga in tutta Europa: ne restano affascinati anche Bellini e l’ambiente artistico e culturale in cui egli opera.

Nella prima decade di settembre, il compositore rientra definitivamente a Milano.

Da una lettera inviata all’amico torinese Augusto Lamperi, sappiamo che fino al 17 novembre il progetto di mettere in musica il dramma hughiano è ancora ben fermo, tanto è vero che Bellini lamenta di non aver ancora ricevuto i versi da Romani, ma il ‘suo’ poeta è impegnato anche nella stesura del libretto di ‘Anna Bolena’ per Donizetti.

Purtroppo, allo stato attuale delle nostre conoscenze, la corrispondenza belliniana da quest’ultima lettera s’interrompe fino a quella fatidica del 3 gennaio 1831, in cui apprendiamo dallo stesso musicista il cambiamento di rotta da ‘Ernani’ alla ‘Sonnambula’, della quale afferma di aver ‘principiato’ l’introduzione il giorno precedente.

L’incolmabile vuoto epistolare è fonte di reale difficoltà, in quanto non ci permette di ricostruire con esattezza sia la gestazione di ‘Ernani’, sia la causa che determinò il cambiamento del soggetto.

In mancanza di altre fonti è giocoforza rifarsi alla citata testimonianza dello stesso Bellini, il quale, a cosa fatta, scrive il 3 gennaio a Giovanni Battista Perucchini: “…Sapete che non scrivo più l’Ernani perché il soggetto doveva soffrire qualche modificazione per via della polizia, e quindi Romani per non compromettersi l’ha abbandonato, ed ora scrivo la Sonnambula ossia I due fidanzati svizzeri”.

Evidentemente la censura austriaca, trattandosi di un soggetto così turbolento, avrà posto o ventilato il veto al librettista (14 anni dopo, anche Verdi e Piave dovettero faticare non poco affinché la loro versione operistica del dramma francese potesse andare in scena alla Fenice di Venezia il 9 marzo 1844).

Dei superstiti abbozzi pervenutici (alcuni infatti sono andati dispersi), solo una parte risulta completa; molti sono redatti unicamente nella linea del canto, mentre qua e là si rinvengono soltanto schizzi strumentali.

Una dettagliata analisi di questi frammenti è descritta, con dovizia di particolari, dal maestro Franco Piva che ha curato fedelmente e intelligentemente la non facile realizzazione del lavoro di ricostruzione.

                                                                           Domenico De Meo

I FRAMMENTI
I Frammenti dell’Ernani di Vincenzo Bellini, custoditi presso il Museo belliniano di Catania, constano di complessive 74 grandi pagine pentagrammate: la 40, la 68 e la 74 sono completamente vuote; la 69 e la 70 contengono indicazioni verbali e musicali delle quali risulta praticamente impossibile stabilire la provenienza, la collocazione e la destinazione; la pagina 14 contiene soltanto l’accordo conclusivo del crescendo delle ultime due battute di pag. 13; la pagina 34 presenta l’inizio (6 battute e un quarto, oltre la prima vuota) della parte dei soprani di un brano corale; la pagina 44, a parte la prima e l’ultima battuta, è tutta tagliata.

Le prime tre battute della pagina 1, secondo la numerazione attribuita, sono la conclusione di un brano o di un appunto precedente evidentemente perduto. Il primo frammento, per noi, inizia quindi alla quarta battuta della stessa pagina, dopo la doppia linea che chiude l’episodio non pervenuto.

L’organico e la disposizione degli strumenti, che rimangono sempre gli stessi quando l’orchestra è completa, si desumono dalle indicazioni successive; nell’ordine, dall’alto in basso: violini primi, violini secondi, viole, flauti (due righi), oboi (un rigo), clarinetti in Si b (un rigo), corni (due righi), trombe (un rigo), tromboni (due righi), fagotti (un rigo), timpani, voci, violoncelli, contrabbassi.

Si tratta di un Recitativo Obbligato, che precede il Duetto Ernani/Elvira (Frammento secondo). Le voci sono tre; in ordine di partitura: Ines (mezzosoprano), Elvira (soprano), Ernani (soprano).

La partitura del secondo Frammento non presenta particolari problemi di lettura: le due voci (Elvira, Ernani) e tutti gli strumenti, nell’ordine precisato precedentemente, sono indicati in modo inequivocabile. Alla pagina 10, attraverso i righi dell’orchestra, è scritto: “Lo strum.le come alle lettere a-d” (?). Nella prima parte del Frammento, però, non appare alcuna lettera: questo fatto, comunque, non crea problemi, dal momento che tutta la ‘risposta’ di Elvira è completamente ‘positiva’ e cioè identica alla ‘proposta’ di Ernani: la ricostruzione, quindi, delle parti strumentali diventa automatica.

Il terzo Frammento segue direttamente il secondo senza, sembra, alcuna soluzione di continuità. Alla pagina 25 è abbozzata (3 battute) una prima versione, tagliata, dell’episodio seguente con le parole “Chi sei tu? Che fai? Che…” e con l’inciso, poi sviluppato nell’ultima battuta della stessa pagina, affidato soltanto ai fagotti. Alla pagina 32 la Cadenza di Ernani termina su un nuovo Movimento (Più allegro), di cui, però, rimangono soltanto le prime due battute; alla pagina 33, infatti, comincia un breve episodio in Si b Maggiore (Recitativo), con i soli archi (quarto Frammento), che sembra non concluso ma che, d’altra parte, non si collega né alla pagina 34, dove appare, come abbiamo detto, l’inizio di un brano corale, né alla pagina successiva, dove il nuovo (?) brano è in Do Maggiore (quinto Frammento). Poiché fra il quarto e il quinto Frammento esiste una chiara affinità di carattere espressivo, è possibile formulare l’ipotesi, avvalorata anche dal fatto che all’inizio del quarto sono indicati gli stessi due personaggi che sono protagonisti del quinto, che il quarto sia un primo tentativo (non cancellato perché ritenuto comunque soddisfacente e forse mantenuto come una possibile riserva da utilizzare altrove) poi ripreso su basi diverse e portato a compimento nel quinto.

E’ abbastanza difficile anche soltanto descrivere il sesto Frammento: è il più lontano dal progetto iniziale e precede di poco la rinuncia. A parte la brevissima introduzione strumentale e qualche rado appunto successivo, sono rimaste soltanto le parti vocali. Senza contare le pagine vuote e le due ‘spurie’, consta di ben 33 fogli e il loro coordinamento, con un minimo di logica musicale complessiva, è risultato piuttosto complesso e delicato.

Il settimo Frammento (Allegro risoluto) prevede l’intera orchestra e i personaggi di Ines e Don Carlo: rimangono soltanto l’intervento dei contrabbassi e due piccoli incisi del flauto e dei violini primi. Nonostante questo vuoto, non si può non sottolineare il particolare interesse di questo breve appunto: se è da considerarsi normale la modulazione nei contrabbassi da Do Maggiore a La bemolle Maggiore, risultano abbastanza ‘strane’, essendo così isolate e scoperte, le note assegnate al flauto e ai violini primi e, in particolare, assumono dal punto di vista espressivo un colore e un sapore relativamente inusuali soprattutto se messe in relazione con le situazioni precedenti.

Dopo questo Allegro risoluto, Bellini prevedeva un Lento assai; ma a questo punto, evidentemente, l’interesse per questo soggetto è venuto meno definitivamente.

LA REVISIONE E L’INTERPRETAZIONE
Va innanzitutto precisato il fatto che, nonostante la situazione del manoscritto nella sua globalità e nei singoli frammenti potesse facilmente prestarsi a interventi di vario tipo, ho ritenuto imprescindibile rispettare integralmente il testo, in ogni suo dettaglio, per poterlo presentare e valorizzare nella sua interezza come un documento raro e preziosissimo. Proprio questo principio, tuttavia, mi ha creato in non pochi casi problemi abbastanza delicati e le soluzioni che non potevo non adottare hanno comportato e comportano specifiche responsabilità. Non si trattava, infatti, soltanto di ‘trascrivere’ correttamente, con rigorosi criteri filologici, un inedito: il compito era, in particolare, anche quello di far rivivere un manoscritto del tutto diverso da un ‘normale’ documento, trattandosi in questo caso niente di più di una serie di frammenti di un lavoro soltanto progettato, e anche parzialmente. E’ noto quanta responsabilità si deve assumere il revisore, dovendo rivisitare e restaurare un documento in vista della sua esecuzione o rappresentazione, quando si tratta di definire e interpretare situazioni incerte o incomplete o confuse; ma se il documento è completo, esiste nel documento stesso una logica complessiva, poetico-musicale-drammaturgica, che sicuramente può creare condizioni favorevoli per risolvere problemi altrimenti non facilmente definibili. Ma in questo caso il documento non ha alcuna compiutezza da nessun punto di vista e viene meno, quindi, anche quello che talvolta può diventare un punto di riferimento fondamentale.

Nel Recitativo che precede il Duetto (pp. 1-6) manca l’indicazione del Tempo (ma, data la relativa concitazione della situazione, è sembrato ovvio prevedere un Allegro) e mancano spesso le indicazioni dinamiche negli accordi che commentano il testo: l’attribuzione di un p o di un f all’uno o all’altro degli interventi strumentali ha costituito qualche volta un problema sia perché l’incompletezza del testo non consentiva con sufficiente sicurezza l’una o l’altra interpretazione, sia per il fatto che, in qualche caso, l’una e l’altra avrebbero avuto una valida giustificazione.

In questo primo frammento si è presentato anche un altro problema delicato: alla terza battuta di p. 4 Bellini ha scritto Lento assai; fino alla fine del Frammento, e cioè per 34 pagine, non viene indicata nessuna variazione di Tempo; trattandosi, però, di un Recitativo e dal momento che il testo nel corso di queste 34 battute presenta situazioni molto differenziate, non è pensabile che possa rimanere valida fino alla fine questa indicazione. Per definire le inevitabili variazioni di Tempo l’unico riferimento possibile non poteva che essere il testo.

Il secondo Frammento (Duetto Elvira-Ernani) non porta alcuna indicazione di Tempo; la decisione di stabilire un Largo è nata da alcune considerazioni concomitanti e complementari: il Tempo in 6/8, il Più mosso della seconda parte e il carattere espressivo dell’intero brano; il Più mosso, poi, (in una situazione espressiva come questa non può diventare ‘Allegro’), inteso come una relativa intensificazione della velocità del Tempo iniziale, determina inevitabilmente un precedente Tempo lento come riferimento.

Nell’ Allegro maestoso del terzo Frammento (b. 27, p. 26) non compare all’inizio alcuna indicazione dinamica; ma il pizzicato dei violoncelli e dei contrabbassi e, nel corso del brano, le indicazioni ‘Solo’ (p. 29: bb. 44, 45, 49) e ‘pp’ (b.35, p. 27; b. 39, p. 28), rendono obbligatoria per l’inizio la scelta di un colore tenue, anche se l’aggettivo ‘maestoso’ potrebbe far sembrare coerente un colore più forte (ma credo si tratterebbe in questo caso di una interpretazione superficiale e retorica).

Come si è detto, è probabile che il quarto Frammento (‘Recitativo / Andante’), di complessive 13 battute soltanto, sia un primo appunto non completo, ripreso, in modo non sostanzialmente diverso, sviluppato e completato nel Frammento successivo in un’altra tonalità, sempre comunque con lo stesso organico (2 voci, archi). Ho ritenuto in ogni caso riportare anche queste tredici battute perché, anche se fosse giusta la mia ipotesi, risulta comunque interessante mettere a confronto le due situazioni.

Il quinto Frammento è completo e chiaro; manca all’inizio l’indicazione del tempo, ma, coerentemente con l’ipotesi formulata in precedenza, ho posto ‘Andante’.

Le legature segnate qui e in altre pagine del manoscritto sono da intendere non tanto come arcate, ma come manifestazione di una intenzione espressiva che riguarda tutte le frasi coinvolte. La precisazione delle articolazioni costituisce, quindi, un problema assai delicato: nella attribuzione delle arcate ho tenuto conto esclusivamente dei comportamenti del discorso musicale e della loro funzione espressiva.

Su ciascuno degli accordi che accompagnano questo ‘Recitativo’, Bellini ha posto con chiarezza l’indicazione dinamica voluta; indicazione che, invece, manca negli episodi strumentali.

La conclusione di questo Frammento rimane sospesa: è da escludere, per motivi armonici e anche per il fatto che il testo non conclude, un collegamento diretto con l’inizio del Frammento sesto: ho preferito comunque  lasciare le cose come si presentano nel manoscritto, e cioè senza soluzione sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista letterario.

Il sesto Frammento è il più problematico. Nell’impostazione della partitura sono indicati, oltre a tutti gli strumenti, Elvira, Ernani, Carlo; nelle pagine pervenute cantano soltanto Elvira e Carlo. Dalla pagina 37 alla pagina 39 Don Carlo esegue il primo ‘Meco regna’; segue una cadenza, affidata ai violini primi; riprende poi (pp. 42-44) una nuova versione del ‘Meco regna’, con varianti, come se fosse un Da capo oppure una seconda possibilità alternativa alla prima. Dopo una cadenza di Don Carlo e un breve intervento strumentale (l’una e l’altro tagliati), risponde Elvira con il primo ‘Amo un altro’, a cui segue l’inizio del concitato dialogo, poi interrotto, fra Elvira e Don Carlo. Alla pagina seguente si trova una cadenza simile a quella apparsa dopo il primo ‘Meco regna’, ma più corta e semplificata; dopo questa cadenza ritorna il ‘Meco regna’ di Don Carlo in una versione, con varianti, quasi identica alla precedente; risponde di nuovo Elvira con un nuovo ‘Amo un altro’, con varianti rispetto al primo e con una cadenza conclusiva diversa; riprende, quindi, il dialogo concitato (‘Allegro agitato’), che si conclude (‘Lento’) con le due voci insieme.

Il primo problema nasce da questo dubbio: le due versioni di ‘Meco regna’ e di ‘Amo un altro’ sono alternative o complementari? Poiché non c’è alcun elemento oggettivo a favore dell’una o dell’altra possibilità, qualunque considerazione potrebbe essere sostenibile: ma quella che potrebbe eventualmente dimostrare l’alternatività comporterebbe automaticamente l’abbandono di una parte comunque importante del documento. Credo, dunque, che l’unica scelta oggettivamente valida sia stata quella di riportare il manoscritto nella sua interezza. In altri casi Bellini ha mostrato chiaramente il cambiamento dell’intenzione oppure ha lasciato il frammento incompiuto: qui non appare nessun pentimento, a meno che non si voglia intendere la ripetizione come un secondo tentativo destinato a sostituire il primo: ma in questo senso, ripeto, non appare alcuna indicazione. All’inizio di questo sesto Frammento non c’è alcuna indicazione di Tempo, ma sopra la seconda cadenza che precede la seconda versione del ‘Meco regna’ è segnato ‘And.te assai sost.to’; poiché la seconda non è che una variante della prima, così come le due versioni di Elvira sono varianti di quelle di Don Carlo, non essendoci d’altra parte indicazioni diverse fino all’ ‘Allegro agitato’, ho ritenuto giustificato attribuire all’intera prima parte l’ ‘Andante assai sostenuto’ indicato da Bellini.

Dopo l’Ouverture – nell’insieme molto compassata, un po’ rossiniana e abbastanza generica (sicuramente scritta prima dei Frammenti e quindi solo parzialmente aderente, anche per l’assenza di una visione completa dell’Opera) – si compie un viaggio, breve ma affascinante e intenso, in un mondo virtuale, sospeso nel vuoto, nel quale si leggono i ‘segni’ di un’idea drammaturgia e musicale che riflette senza mediazioni gli impulsi suggeriti dal testo. Se la pregnanza di questi ‘segni’ ci fa rimpiangere quello che manca, non possiamo non vibrare di commossa partecipazione per quello che ci resta.

                                                                                                          Franco Piva

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STAGIONE 2010 ‘MINIMITEATRI’

                                                                                                              

MINIMITEATRI

PICCOLO TEATRO DEI TRENTA POSTI ‘AL GRANAIO’   2010

Via Giacomo Giro, angolo piazzale San Bartolomeo, Rovigo

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA: 347 8908489 – 349 4636339; info@minimiteatri.it

14 OTTOBRE

ORE 21, Piccolo Teatro dei Trenta Posti ‘Al Granaio’

MINIMITEATRI e CONSERVATORIO DI MUSICA “F. VENEZZE” presentano

BACH VISUAL CONCERT

Concerto multimediale

Luca Paccagnella, violoncello

Opere visive: Giorgio Mazzon, Gabbris Ferrari,  Letizia E. M. Piva

Riprese: Alberto Gambato

Regia visuale: Letizia E. M. Piva

Regia teatrale: Gabbris Ferrari

21 OTTOBRE

ORE 21, Piccolo Teatro dei Trenta Posti ‘Al Granaio’

PAOLO FRANCIOSI

QUANDO TI ARRABBI SEI PIU’ CARINA

Di e con Paolo Franciosi

28 ottobre          

ore 18.30, Teatrino Romano all’interno del Museo dei Grandi FiumiMINIMITEATRI leggeOVIDIO – ‘SUL MITO’Con Antonia Bertagnon, Letizia E. M. Piva, Andrea Zanforlin Ore 21, Piccolo Teatro dei Trenta Posti ‘Al Granaio’FUORI POSTO presenta:STORIA, ROMANZO, PROCESSI… E SPOSI PROMESSIVoci del Veneto contadino del Seicento che ispirarono Manzoni

Con Paola Brolati e Augusto Gamba

 4 NOVEMBRE

ORE 21, Piccolo Teatro dei Trenta Posti ‘Al Granaio’

CENTRO DOCUMENTAZIONE POLESANO presenta

ALDA – RICORDO DI ALDA MERINI

Reading con Nadia Poletti e Paolo Rossi

Musiche dal vivo eseguite dall’autore, clarinetto: Sergio Fedele

11 NOVEMBRE

ORE 21, Piccolo Teatro dei Trenta Posti ‘Al Granaio’

LUCILLEIDI presenta

OTTO – OVVERO PER IL DIRITTO ALLA RABBIA

Di e con Carla Vitantonio

Musiche: Paolo Tizianel

18 NOVEMBRE        

ORE 18.30, Teatrino Romano all’interno del Museo dei Grandi FiumiMINIMITEATRI leggeORAZIO – ‘SULL’AMORE’Con Antonia Bertagnon e Andrea Zanforlin ORE 21, Piccolo Teatro dei Trenta Posti ‘Al Granaio’MINIMITEATRI e INTERMUSICA presentanoALTR’INTERMEZZI – E GIOCOSE DISPUTE NELLA VENEZIA TEATRALE DEL SETTECENTO Tratto da “ Il teatro alla moda” di Benedetto Marcello

Reading con Letizia E. M. Piva e Paolo Rossi

Testi poetici di Carlo Goldoni, Simone Fagioli

Musiche: Franco Piva

Regia: Gabbris Ferrari

 25 NOVEMBRE

ORE 21, Piccolo Teatro dei Trenta Posti ‘Al Granaio’

CARICHI SOSPESI presenta

DACIA MARAINI – PASSI AFFRETTATI

Lettura scenica con Silvio Barbiero, Marco Caldiron, Marica Rampazzo

2 DICEMBRE

ORE 21, Piccolo Teatro dei Trenta Posti ‘Al Granaio’

FRANCESCA BOTTI 

ELECTROSHOW

Di e con Francesca Botti

Musiche: Stefano Cattaneo

Regia: Loredana Bugatti

9 DICEMBRE

ORE 21, Piccolo Teatro dei Trenta Posti ‘Al Granaio’

FARMACIA ZOO:È presenta

LE USANZE DEI RIVOLUZIONARI AI TEMPI DEL COMA

Di e con Gianmarco Busetto

Musiche dal vivo al pianoforte: Max Giolo

16 DICEMBRE          

ORE 18.30, Teatrino Romano all’interno del Museo dei Grandi FiumiMINIMITEATRI leggeCATULLO – ‘SULL’AMICIZIA’Con Nadia Poletti e Paolo Rossi Ore 21, Piccolo Teatro dei Trenta Posti ‘Al Granaio’CENTRO STUDI VOCALI NOVA CANTICA presentaVOX ARTIS -  FEMALE FUNCTIONAL SINGERConcerto vocale-teatrale

Repertorio solistico-cameristico di generi e stili diversi

Con Aurora Sardo, Beatrice Prade, Caterina Della Giustina, Ida Piccin, Ilaria Gecchele, Matilde Righetto, Paola De Pizzol, Sarah De Gol, Sarah Vecchione

Direttore Luciano Borin

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IL MONDO ALLA ROVERSA di Baldassarre Galuppi (Revisione: Franco Piva)

La ricostruzione della partitura originale è stata da me effettuata collazionando due copie manoscritte dell’Opera: l’una, fortemente spuria, proveniente dalla Biblioteca Estense di Modena (303 pagine di un solo copista), l’altra dalla Biblioteca del Conservatorio di Bruxelles (405 pagine scritte da tre mani diverse).

La copia di Modena è stata verosimilmente preparata per la rappresentazione avvenuta in quella città, al teatro Rangoni, nel carnevale 1756: una versione assai semplificata (mancano le scene più complesse del secondo Atto) e evidentemente adattata ai gusti e alle possibilità dei solisti (cinque Arie, di cui non mi è stato possibile accertare la provenienza, non hanno alcuna relazione con il libretto)

Nel frontespizio del manoscritto di Bruxelles viene indicata una rappresentazione al S. Cassiano di Venezia (1752), che non mi risulta confermata da altre fonti: non è da escludere che il copista si riferisse alla Prima avvenuta proprio al S.Cassiano, ma nell’autunno 1750.

I due manoscritti sono particolarmente ricchi di indicazioni dinamiche: nella versione di Bruxelles ne ho rilevate più di 900 in 320 pagine di partitura. Il fatto assume grande rilevanza (l’Opera è del 1750) e contrasta clamorosamente con l’opinione di coloro che sostengono una sorta di asetticità della musica di questo secolo; oltretutto, sarebbe scorretto anche dal punto di vista strettamente filologico non attribuire a tutte queste indicazioni dinamiche, precise e inequivocabili (coincidono puntualmente nelle due versioni), il giusto rilievo sul piano esecutivo e interpretativo.

Le Arie, generalmente articolate secondo il rapporto ‘proposta / risposta’ in raggruppamenti, talvolta ‘irregolari’, per frasi e periodi, non mostrano sensibili condizionamenti da precisi schemi fissi: sono di volta in volta inventate, in relazione alla tensione rappresentativa ed espressiva del testo, con una varietà e una ricchezza non tanto comuni.

Ogni intervento, immediatamente efficace anche in rapporto alla essenziale semplicità dell’impostazione, è caratterizzato in modo deciso: la scelta del metro, del ritmo, del movimento, degli elementi tematici, degli aspetti dinamici, del tipo di vocalità e della articolazione del discorso è direttamente e intimamente connessa con la natura del personaggio e con la particolare situazione scenica. Quello che scrive Paolo Sartori (“I temi del Galuppi sono vivi, parlanti, individuali, caratteristici. Preferisce egli i ritmi corti, spezzati…, le forme più irregolari metriche e ritmiche e le accentuazioni delle parole più strane. E’ tutta una novità e una ricchezza ritmica però che segue e sottolinea il testo nelle sue minime sfumature. E’ dunque una differenziazione quella dell’arte galuppiana che dipende dal testo musicato, che è strettamente legata al significato delle parole, che nasce dalla preoccupazione unica di non sovrastare alla parola, di non guastarne lo spirito, di lasciarla chiara e comprensibile al di sopra della musica, di sottolinearne semmai l’arguzia. E’ insomma un continuo commento”) è sostanzialmente da condividere, ma, almeno in questo caso, soltanto in parte; ne ‘Il mondo alla roversa’, infatti, la musica è molto di più di un semplice ‘commento’: è invenzione viva e reale, naturalmente e necessariamente legata in modo  profondo al testo, ma con un acuto e puntuale spirito di ricerca che, ben oltre il ‘commento’, determina situazioni musicalmente e strutturalmente compiute con intrinseci valori autonomi e con una coerente e omogenea caratterizzazione espressiva.

                                                                                                            Franco Piva

La prima ripresa moderna de IL MONDO ALLA ROVERSA è stata effettuata nel 1978 con una coproduzione del Teatro ‘La Fenice’ di Venezia e del Teatro Sociale di Rovigo (scene e costumi: Gabbris Ferrari; regia: Giancarlo Cobelli; Direzione: Franco Piva.

L’Opera è stata incisa per la ‘Bongiovanni’ (Bologna) nel 1997.

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IL MONDO DELLA LUNA di Baldassarre Galuppi (Revisione ed elaborazione strumentale: Franco Piva)

IL MONDO DELLA LUNA di Baldassarre Galuppi (Revisione ed elaborazione strumentale: Franco Piva)
‘Il mondo della luna’ di Galuppi è il primo in ordine di tempo: quelli di Paisiello e di Haydn nascono, rispettivamente, 24 e 27 anni dopo: questa precedenza da un lato determina automaticamente i limiti della consistenza della partitura galuppiana, comunque del tutto adeguata e perfettamente equilibrata in ogni direzione, dall’altro favorisce la piena rispondenza del discorso musicale con lo spirito goldoniano. E, infatti, è nata sul testo appena composto, in un rapporto diretto di collaborazione e di intesa con l’autore; e questo è un indubbio vantaggio, perché ha consentito a Galuppi di entrare immediatamente dentro i personaggi e le situazioni senza alcuna intermediazione e quindi senza alcun condizionamento interno o esterno. Naturalmente è l’inizio di un nuovo discorso e quindi alla freschezza delle intuizioni corrisponde l’essenzialità dei mezzi e della loro articolazione.

D’altra parte, al ‘realismo’ goldoniano Galuppi risponde sempre con una puntuale ed efficace caratterizzazione di ogni singolo personaggio e dei diversi atteggiamenti di ciascuno, sottolineando di volta in volta l’aspetto ironico e quello sentimentale, con una eccezionale varietà di invenzioni e con un equilibrio complessivo che coinvolge intrinsecamente tutti i rapporti musicali e quelli rappresentativi.

Vengono efficacemente delineati, in altre parole, con la dilatazione e l’intensificazione richieste dalle esigenze e dai ritmi della dimensione rappresentativa, i diversi aspetti dello stile ‘galante’, con il quale lo stile giocoso ha un legame diretto e sostanziale: la levità e l’eleganza, la contenuta ma intensa varietà, il delicato equilibrio fra diversi approfondimenti, l’efficacia e la piacevolezza dell’invenzione, le controllate ma sensibili oscillazioni fra gli atteggiamenti gioiosi, giocosi, sentimentali e meditativi.

La prima constatazione, insomma, è che tutta la musica del Buranello è di una originalità assoluta (come dice il Burney, “Molti passi di Galuppi vennero certamente resi comuni…ma allora eran nuovi”); la seconda riguarda la evidente caratterizzazione di queste invenzioni: ne ‘Il mondo della luna’ ci sono 32 brani e non ce n’è uno, come ne ‘Il mondo alla roversa’, che assomigli a un altro, se non per la necessità, e questo è il segno di una coerenza cosciente, di fissare tipologie espressive che mantengano la fisionomia drammaturgica di ogni singolo personaggio anche nel mutare delle situazioni. La terza constatazione riguarda il rapporto fra testo e musica: si direbbe che la leggerezza e talvolta la superficialità del libretto goldoniano siano largamente compensate dalla incisività delle intuizioni galuppiane.

Sono molte le copie manoscritte di quest’Opera, ognuna adattata alle circostanze e alle disponibilità e quindi tutte con differenze più o meno rilevanti rispetto al libretto.

Per ricostruire la partitura, non avendo avuto la possibilità di reperire l’autografo, ammesso che esista, mi sono basato principalmente sulla copia custodita presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, che ho constatato essere la più completa e fedele rispetto al libretto goldoniano, nonostante alcune omissioni (volute dal Buranello?) e alcune sostituzioni (certamente richieste dalle circostanze).

Nel manoscritto citato mancano, rispetto al libretto: 1) dialogo fra gli Scolari e Buonafede (Atto I, Scena III); 2) dialogo fra quattro Cavalieri ed Eclittico-Buonafede (Atto II, Scena III); 3) interventi di Eclittico-Buonafede-Lisetta prima del Coro finale.

Sono diverse, poi, le Arie di Ernesto (Atto I, Scena V; Atto II, Scena VI) e di Flaminia (Atto I, Scena VII; Atto III, Scena III).

Fra le molte repliche, di particolare importanza è quella di Esterhazy (1777) sicuramente ascoltata da F. J. Haydn: il suo ‘Mondo della luna’, con non poche assonanze galuppiane, sviluppa taluni stimoli e ingrandisce alcune invenzioni del Buranello fino a toccare altre dimensioni, sostituendo la vivace lievità della partitura veneziana con una elaborata e splendida staticità quasi oratoriale e talvolta asettica rispetto allo spirito del libretto.

                                                                                                                       Franco Piva

La prima ripresa moderna di questa ‘edizione’ de IL MONDO DELLA LUNA è stata effettuata nel 1979 al Teatro Sociale di Rovigo (Scene e costumi: Gabbris Ferrari; Regia: Antonio Taglioni; Direzione: Franco Piva). L’Opera è stata incisa per la ‘Bongiovanni’ (Bologna) nel 1997.

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CLEOPATRA di Domenico Cimarosa (Revisione: Franco Piva)

CLEOPATRA di Domenico Cimarosa (Revisione: Franco Piva)
Cimarosa aveva 38 anni quando partì per San Pietroburgo e non aveva alle spalle titoli eclatanti. Non si sa bene che cosa abbia fatto in Russia, si sa solo che nel 1791 era già sulla via del ritorno (strada benefica, se di passaggio a Vienna potè produrre il suo capolavoro, ‘Il matrimonio segreto’). Fu dunque un soggiorno rapido e forse non troppo fortunato. Una cosa importante, in ogni caso, la fece, e fu ‘Cleopatra’.

Uscito di scena Metastasio, con la sua pianificata ragionevolezza di eventi e sentimenti, ai due protagonisti di una delle più grandi storie d’amore, qui narrata da Ferdinando Moretti, Cleopatra e Antonio, non restava molto di ragionevole da dire o fare. La Regina non reagisce agli eventi, si interessa esclusivamente dell’amore per il suo triumviro. Il quale è innamoratissimo ma anche lui è insensibile agli eventi. I due non si capiscono, ogni parola è presa per il suo opposto. E quando, alla fine, dopo molte promesse di morte e molti strazi dell’anima la situazione sembra volgere verso la partenza di Antonio per una guerra che si annuncia terribile, sarà proprio lei a trovare la soluzione. Partirà anche lei con lui, con lui andrà in guerra. E anzi lo aiuterà con le truppe di cui dispone. Ma il bello è proprio che non capiscano gli eventi e si dedichino esclusivamente all’amore: difatti gli unici che comprendono gli eventi, i confidenti di lui e di lei, Domizio e Arsinoe, li comprendono  perché non amano. L’amore come missione o destino, assoluti entrambi. La storia di Roma, dell’Italia e del mondo è sul punto in cui potrebbe capovolgersi: se Antonio non partisse o se Cleopatra non lo aiutasse…Ma le cose dell’opera si risolvono sempre a favore della storia che raccontano, o almeno negli esiti che conosciamo.

Presentata nel terribile anno 1789 ‘Cleopatra’ è un’opera a quattro personaggi ed è un’opera straordinaria solo per quanto riguarda l’aspetto musicale. Il libretto non fa nulla per raggiungere una drammaturgia di eventi, il che non è un’eccezione nella librettistica del tempo, ma concentra tutto sul rapporto tra i due amanti, senza ulteriori conflitti, e questo è meno consueto. Di conseguenza la partitura di Cimarosa segue la stessa strada e concentra a sua volta tutta la sua attenzione sul rapporto amoroso. Anche le danze e i cori non aspirano che a commentare l’inazione e rinunciano deliberatamente a farcire la debole trama di movimenti o tessiture che potrebbero indebolire l’intensità dei sentimenti. E’ un’intensità che si manifesta nelle arie e nei due bellissimi insiemi (il duetto che chiude il primo atto e il quartetto che conclude l’opera). E’ raro trovare una serie di arie così belle in un’opera sola. E non è solo la qualità espressiva a farle belle, è anche il taglio bipartito, moderno, insofferente di schemi formali precostituiti e indifferente affatto alla dittatura dell’aria col da capo. Quasi sempre altissime nella tessitura, spesso molto esigenti nelle impervie fioriture (quelle di Cleopatra e quella di Domizio) offrono un campionario di affetti di eccezionale varietà. E se in generale un’opera del settecento vale se valgono le sue arie qui abbiamo anche altro: la bellezza dei cori e, caso rarissimo, dei recitativi. Il sistema usato per questi, di iniziarli come secchi per poi volgerli in accompagnati, dice che l’interesse di Cimarosa per questi luoghi tradizionalmente privi di qualità musicali (e di conseguenza falcidiati senza pietà) è affine a quello per le arie. Non raccontano soltanto la storia ma la commentano con intensità espressiva degna delle arie, spesso con l’aiuto di ariosi.

Curiosa anche la Sinfonia, apparentemente costruita su materiali irrelati (a parte l’insistenza anche eccessiva su un motivo in Fa maggiore che compare ben quattro volte) è in realtà una miniera di spunti che troveranno sviluppo nelle scene successive. E sono molto belle perfino le danze, solitamente usate per riempire i vuoti e per avere qualche tratto di sfarzo in più.

Da quanto si è detto è inevitabile parlare di capolavoro. Certo, ogni capolavoro del genere deve passare attraverso una revisione critica. Franco Piva si è basato su un autografo recuperato in America. L’originale in tre atti era stato ridotto a due dallo stesso Cimarosa per non si sa quale occasione. E’ questa l’edizione di cui si è avvalso Piva, il cui intervento (legature, indicazioni dinamiche e agogiche, interpretazione delle cancellature, completamento del Finale, evidentemente mutilo, realizzazione del basso continuo) è servito a rendere agile e correttamente eseguibile la partitura.
                                                                                                             Michelangelo Zurletti

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‘ADELAIDE DI BORGOGNA’ di Pietro Generali

Nel 1819 si doveva aprire il Teatro Sociale di Rovigo (ora uno dei ‘Teatri di tradizione’ di più ricchi di storia). Il Comune chiede a Rossini di comporre un’opera per l’inaugurazione; ma Rossini costa troppo. Allora ‘ri ripiega’ su Pietro Generali. Generali? Chi è costui?

Pietro Generali (Pietro Mercandetti: Vercelli, 1773-Novara 1832) debutta a Roma come compositore di musica sacra. Si volge presto al teatro, riscuotendo notevoli successi in molte città italiane. Ma per motivi di salute e soprattutto perchè soppiantato da Rossini nel favore del pubblico, lascia l’Italia e dal 1817 al ’21 è direttore musicale del Teatro ‘Santa Cruz’ di Barcellona. Rientrato in Italia, soggiorna a Napoli e a Palermo; nel 1827 accetta il posto di maestro di cappella nella cattedrale di Novara, posto che mantiene fino alla morte.

Franco Piva, dopo ricerche a Napoli, Barcellona e Novara, ha scoperto nell’Archivio Ricordi il manoscritto autografo dell’Opera in due Atti Adelaide di Borgogna, che il Generali ha composto per l’inaugurazione del Teatro Sociale, e, dopo lunghe trattative con il Comune, ha potuto realizzare per Ricordi l’edizione critica dell’impegnativa partitura. Si attende ora l’esecuzione-rappresentazione e la registrazione.

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‘OBRA MAESTRA’ di Giovanni Mancuso

LA 61a STAGIONE DEL TEATRO LIRICO SPERIMENTALE “BELLI” DI SPOLETO

Oltre ad alcuni concerti: La Bohème (17 e 19 agosto), Obra Maestra (6, 8, 9 settembre) di Giovanni Mancuso (prima assoluta), Il Trovatore (13, 14, 15, 16 settembre), La Dirindina va a teatro di Domenico Scarlatti e Pimpinone di Tomaso Albinoni (21, 22, 23 settembre), Il barbiere di Siviglia (27, 28, 29, 30 settembre).

OBRA MAESTRA

Musica

Giovanni Mancuso

Ideazione, regia e drammaturgia

Pippo Delbono

Solisti

Stefania Grasso, Tania Bussi, Federica Carnevale, Gabriele Ribis

Ensemble del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto

Direttore

Marco Angius

La partitura è ricca e complessa: non discutiamo e non disquisiamo sullo stile, perché oggi si può scrivere qualunque cosa in qualsiasi modo (“tutto è permesso, purché sia necessario”). Una cosa è certa: Mancuso punta prevalentemente sulla varietà timbrica e sulla indeterminazione; ma quando l’indeterminazione rimane fine a se stessa, e succede nella prima parte, i contrappunti interni si annullano reciprocamente e il discorso diventa nel tempo, nonostante la varietà timbrica, uniforme. Quando, invece, l’indeterminazione, e succede nella seconda parte, viene finalizzata e incanalata verso dirette convergenze o divergenze con gli eventi scenici (e questa è una legge naturale nel teatro musicale), allora diventa efficace, anche in senso drammaturgico;  la ricorrenza, poi, di riconoscibili punti di riferimento, che mancano quasi completamente nella prima parte, sottolinea la maggiore efficacia della seconda.

Lo spettacolo nel suo insieme è composito e le diverse componenti (suoni, immagini, figure in movimento, luci, canto, declamazione) a volte sono soltanto accostate o sovrapposte: si integrano nella partitura ma non sempre sul palcoscenico.

Indipendentemente dai valori dei e nei testi e dalla loro condivisibilità, prevalgono la retorica sulla ricerca interiore e una sorta di aggressività generalizzata. E il dichiarato ‘stravolgimento’ dei tradizionali canoni è più formale che sostanziale.

Precisissimo Fulvio Angius, efficacissimo Pippo Delbono, bravi i solisti e gli strumentisti tutti.

Il ‘Caio Melisso’ era pieno: è molto importante. Com’è importante il fatto che si apra una stagione con un lavoro contemporaneo.

                                                                                                     J. F. Venadier

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